Il Potere Creativo della Parola nella Tradizione Ebraica

Dai Ma’amarot al Sefer Yetzirah

Il potere creativo della parola nella tradizione ebraica

Indice dei contenuti

  1. Introduzione: parola e creazione nella prospettiva ebraica
    1.1 Il ruolo dei ma’amarot nella Genesi
    1.2 Interpretazioni rabbiniche e cabalistiche
    1.3 Il contributo del Maharal di Praga
  2. Il Sefer Yetzirah: contesto storico e struttura concettuale
    2.1 Origini e attribuzione tradizionale
    2.2 Le tre lettere “madri”
    2.3 Le sette lettere “doppie”
    2.4 Le dodici lettere “semplici”
    2.5 Le dieci Sefirot e i trentadue sentieri della sapienza
  3. La Connessione Mistica: Ma’amarot e Sefirot nella letteratura cabalistica
    3.1 Il Sefer ha-Bahir
    3.2 L’Ohr HaChammah e lo Zohar
    3.3 Mosè Cordovero e il Pardes Rimonim
  4. Due modi di contare i Ma’amarot: il silenzio e la parola
    4.1 La conta “classica” (9 + Bereshit)
    4.2 La conta “letterale” (10 verbali)
    4.3 Il punto di vista del Sefer Yetzirah
  5. Dal Ein Sof alla realtà: il Seder ha-Hishtalshelut
    5.1 Distinzione tra Ein Sof e Keter
    5.2 Il concetto di catena di emanazioni
  6. La densificazione della luce divina
    6.1 Dalla potenzialità indistinta alla forma articolata
    6.2 Lingua parlata e lingua scritta come livelli di densificazione
  7. Conclusioni: una grammatica dell’infinito
    7.1 Sintesi della visione cabalistica
    7.2 Attualità del concetto di linguaggio creativo

1. Introduzione: parola e creazione nella prospettiva ebraica

La tradizione ebraica attribuisce alla parola un ruolo centrale e fondativo nell’atto creativo divino. Nei primi capitoli della Genesi, la formula ripetuta “ויֹאמר אלהים” (Vayomer Elohim, “E Dio disse”) non è un mero espediente narrativo, essa racchiude un principio teologico e cosmologico di grande portata. Secondo questa concezione il mondo esiste in virtù di specifiche enunciazioni divine i ma’amarot (מאמרות), questi agiscono come forze ordinatrici della realtà e corrispondono ai punti in cui in Genesi troviamo la formula Vayomer Elohim.

Nei secoli, questa idea è stata sviluppata e articolata in molteplici direzioni, dalla Mishnà al Talmud fino alla letteratura cabalistica che ha messo in relazione i ma’amarot con le Sefirot, con le lettere dell’alfabeto ebraico e con modelli simbolici in grado di descrivere la struttura del cosmo. Studiare il rapporto tra i dieci ma’amarot e il Sefer Yetzirah significa, quindi, indagare la grammatica sacra della creazione, intrecciando filologia, esegesi rabbinica e speculazione mistica.

La Mishnà (Pirkei Avot, 5:1) stabilisce in modo conciso:

בַּעֲשָׂרָה מַאֲמָרוֹת נִבְרָא הָעוֹלָם
“Con dieci ma’amarot è stato creato il mondo”

Nel Talmud, trattato Rosh Hashanah 32a, si discute l’origine di questo numero. Rabbi Yochanan, commentando una Mishnà che prescrive la recitazione di almeno dieci versetti per ciascuna delle tre sezioni liturgiche (Malchuyot, Zichronot e Shofarot), spiega che il numero dieci deriva proprio dalle dieci parole attraverso cui il mondo fu creato, identificabili con le dieci occorrenze della formula “E Dio disse” nei primi due capitoli della Genesi.

Secondo Rabbi Yehuda Loew ben Bezalel, noto come il Maharal di Praga (ca. 1520–1609), queste occorrenze sono in realtà nove. Per giungere a dieci, si considera anche la prima parola “בראשית” (Bereshit, “In principio”) come un atto creativo, in linea con il versetto dei Salmi:

בִּדְבַר ה’ שָׁמַיִם נַעֲשׂוּ
“Con la parola del Signore furono fatti i cieli” (Salmi 33:6)

Questa interpretazione suggerisce che tutto il cosmo ebbe origine da un comando divino primordiale, assoluto e indivisibile, seguito poi da nove atti creativi ulteriori che ne definirono le forme e le funzioni. Un versetto di Isaia (26:4) è utilizzato nella tradizione cabalistica per illustrare la connessione tra lettere e creazione:

בִּטְחוּ בַיהֹוָה עֲדֵי־עַד כִּי בְּיָהּ יְהֹוָה צוּר עוֹלָמִים
“Confidate nel Signore per sempre, perché nel Signore Dio è la roccia dei mondi”

Il Maharal offre inoltre un’interpretazione simbolica basata sul versetto di Isaia (26:4), secondo cui Dio è la “roccia dei mondi” attraverso il suo nome formato dalle lettere יָהּ (Yah). In questa lettura, la lettera ה (hey) rappresenta il mondo attuale perché è composta da una י (yod) e una ד (dalet), dove la dalet simboleggia lo spazio nelle sue dimensioni, mentre la yod, con valore numerico dieci, rappresenta la forza creatrice che ha generato lo spazio stesso. La separazione tra yod e dalet all’interno della hey simboleggia la trascendenza divina che non può mescolarsi completamente con la dimensione fisica creata. La yod del nome יה da sola non ha ancora creato lo spazio attorno a se, e pertanto è la roccia dei mondi futuri come capacità generativa e creativa in potenza.

2. Il Sefer Yetzirah: contesto storico e struttura concettuale

Il Sefer Yetzirah (“Libro della Formazione”) costituisce uno dei testi fondamentali della mistica ebraica antica. Nonostante la sua estrema concisione – in alcune versioni conta meno di 1.600 parole – presenta una mappa simbolica completa di come il mondo sia stato formato secondo i principi cabalistici più antichi. Attribuito tradizionalmente ad Abramo o a Rabbi Akiva, la sua redazione effettiva risale probabilmente al periodo tardo-antico (III-VI secolo).

Il testo descrive come Dio abbia creato il mondo utilizzando le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, e come queste siano divise in tre categorie fondamentali:

  • Tre lettere “madri”: א (alef), מ (mem) e ש (shin), associate rispettivamente ad aria, acqua e fuoco, considerati elementi primordiali della creazione. Come nota Saadia Gaon (882–942), queste tre lettere sono le “radici” da cui derivano tutte le cose create. Nell’Albero sefirotico, esse collegano il pilastro destro con quello sinistro.
  • Sette lettere “doppie”: ב (bet), ג (ghimel), ד (dalet), כ (kaf), פ (pe), ר (resh), ת (tav), sono così denominate perché ammettono due possibili pronunce e rappresentano la dimensione della dualità e dei contrasti nel cosmo, collegandosi simbolicamente ai sette giorni della settimana, ai sette pianeti classici e a tutti i fenomeni caratterizzati dal numero sette. Nell’Albero sefirotico, corrispondono ai sentieri verticali.
  • Dodici lettere “semplici”: Le rimanenti dodici lettere, definite “semplici” o “elementali”, si collegano al numero dodici e alle sue manifestazioni cosmiche: le tribù di Israele, i segni zodiacali, i mesi dell’anno.

Tutte le lettere, con le loro proprietà intrinseche, sono strumenti attraverso cui Dio ha strutturato il cosmo, dando forma non solo agli elementi naturali, ma anche al tempo e alle costellazioni. In questo schema si inseriscono anche le dieci Sefirot.

Il Sefer Yetzirah è categorico riguardo alla quantità delle Sefirot, ribadendo con insistenza: עשר ספירות בלימה עשר ולא תשע, עשר ולא אחת עשרה (“Dieci sefirot ‘blimah’, dieci e non nove, dieci e non undici”). Queste dieci emanazioni divine – Kéter (Corona), Chokhmà (Saggezza), Binà (Intelligenza), Chésed (Misericordia), Gevurà (Giudizio), Tiféret (Bellezza), Nètzach (Eternità), Hod (Splendore), Yesòd (Fondamento) e Malkhùt (Regno) – insieme alle ventidue lettere formano i famosi trentadue sentieri della saggezza con cui, secondo il testo, Dio ha “scolpito e creato il Suo mondo”.

3. La Connessione Mistica: Ma’amarot e Sefirot nella Letteratura Cabalistica

Nella letteratura della mistica ebraica troviamo numerosi riferimenti che collegano i dieci ma’amarot con le dieci Sefirot.

Un primo esempio proviene dal Sefer ha-Bahir, uno dei testi cabalistici più antichi, apparso in Provenza nel XII secolo e attribuito a Rabbi Neḥunya ben ha-Qanah. In forma di brevi insegnamenti, il Bahir introduce simboli e concetti fondamentali relativi alla creazione e alle Sefirot:

ומאי ניהו תורת אמת, דבר שמורה על אמיתות העולמים ופעולתו במחשבה והוא מעמיד עשרה מאמרות שבהם עומד העולם
“E che cos’è la Torah di verità? È qualcosa che indica la verità dei mondi e la sua azione nel pensiero, e che sostiene i dieci ma’amarot (detti creativi) con i quali il mondo si regge”.

E ancora:

מאי ניהו עשרה מאמרות, ראשון כתר עליון
“Che cosa sono i dieci ma’amarot? Il primo è la Corona Suprema (Keter Elyon)”.

Qui il primo ma’amar è direttamente connesso alla Sefirah di Keter.

Un’altra fonte rilevante è l’Ohr HaChammah (“Luce del Sole”), commentario allo Zohar di Rabbi Avraham Azulai, dove si afferma:

כי העולם נברא בסוד ל”ב נתיבות חכמה שהם עשר מאמרות עשר נקודות וכ”ב אותיות ובריאתם הוא בסוד “עולם “שנה “נפש כדפי’ בספר יציר’
“Il mondo è stato creato secondo il segreto delle 32 vie della sapienza, che sono i dieci ma’amarot, dieci punti e ventidue lettere. La loro creazione è nel segreto di Olam–Shanà–Nefesh (mondo, anno, anima), come spiegato nel Sefer Yetzirah”.

Lo Zohar (I, 31b) dichiara esplicitamente:

בְּרֵאשִׁית מַאֲמָר קָרִינָן לֵיהּ וְהָכִי הוּא
“Chiamiamo Bereshit un ma’amar, ed è proprio così”.

E ancora, nello Zohar (Bo, 15:227):

בְּגִין עָלְמָא דְּאִיהוּ מַעֲשֵׂה בְּרֵאשִׁית, דְּאִתְבְּרֵי בַּעֲשָׂרָה מַאֲמָרוֹת
“Per il mondo, che è l’Opera della Creazione, il quale fu creato mediante dieci enunciazioni”.

Mosè Cordovero (1522–1570), tra i principali maestri della Cabalà di Safed, nel suo Pardes Rimonim spiega che i dieci ma’amarot non sono soltanto frasi bibliche, ma veri e propri canali spirituali corrispondenti alle dieci Sefirot. Essi esistono inizialmente in Chokhmah (Sapienza) come pura potenzialità, e attraverso i tzinnorot (condotti) passano in Binah (Comprensione), dove si articolano in forme manifeste. Ogni ma’amar è legato a una Sefirah specifica e trasmette un tipo particolare di energia creatrice, formando insieme la struttura spirituale su cui si fonda l’universo.

4. Due modi di contare i Ma’amarot: il silenzio e la parola

La tradizione rabbinica e cabbalistica conosce due metodi per enumerare i dieci ma’amarot, e la scelta dell’uno o dell’altro dipende dal contesto interpretativo.

La conta “classica” (9 + Bereshit) parte dalle nove occorrenze di Vayomer Elohim nella Genesi e vi aggiunge Bereshit come atto creativo primordiale non verbale, radicato nella Sefirah di Keter. In questa prospettiva, la prima “parola” non è un comando pronunciato, ma un atto assoluto di volontà divina. È la modalità adottata dal Pirkei Avot e da commentatori come Rashi, ed evidenzia che, prima ancora del suono, vi è un’origine trascendente che precede la parola stessa.

La conta “letterale” (10 verbali), preferita da maestri come il Baal HaTurim, considera dieci occorrenze esplicite di Vayomer Elohim, includendo Genesi 1:28 (“Siate fecondi e moltiplicatevi”) e Genesi 1:29 (“Ecco, vi do ogni erba…”), senza contare Bereshit. In questa visione, ogni atto creativo è espresso verbalmente, in armonia con il Sefer Yetzirah, che concepisce la creazione come plasmata da suono, lettera e numero.

Il Sefer Yetzirah si allinea concettualmente con la prima modalità (9 + Bereshit) perché vede nella prima Sefirah un atto creatore non verbale da cui discendono i nove ma’amarot pronunciati. La struttura numerica del testo, che ragiona spesso secondo schemi del tipo “Uno è la radice, nove si estendono”, corrisponde al modello di un atto iniziale seguito da nove espressioni verbali. Inoltre, la concezione secondo cui le lettere e i suoni sono emanazioni successive da una sorgente unica e indivisibile rispecchia perfettamente la logica del silenzio che precede la parola, della radice trascendente da cui nasce l’articolazione manifesta dell’esistenza.

# Rif. טקסט עברי Traduzione italiana
1 1:1 בראשית ברא אלהים את השמים ואת הארץ In principio Dio creò il cielo e la terra
2 1:3 ויאמר אלהים יהי אור ויהי אור E Dio disse: “Sia luce” e luce fu
3 1:6 ויאמר אלהים יהי רקיע בתוך המים ויהי מבדיל בין מים למים E Dio disse: “Vi sia un firmamento in mezzo alle acque e separi le acque dalle acque”
4 1:9 ויאמר אלהים יקוו המים מתחת השמים אל מקום אחד ותראה היבשה E Dio disse: “Si raccolgano le acque sotto il cielo in un solo luogo e appaia l’asciutto”
5 1:11 ויאמר אלהים תדשא הארץ דשא עשב מזריע זרע עץ פרי עשה פרי למינו E Dio disse: “La terra produca germogli, erba che produce seme, alberi da frutto secondo la loro specie”
6 1:14 ויאמר אלהים יהי מאורת ברקיע השמים להבדיל בין היום ובין הלילה E Dio disse: “Vi siano luminari nel firmamento del cielo per separare il giorno dalla notte”
7 1:20 ויאמר אלהים ישרצו המים שרץ נפש חיה ועוף יעופף על הארץ E Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra”
8 1:24 ויאמר אלהים תוצא הארץ נפש חיה למינה בהמה ורמש וחיתו ארץ למינה E Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici”
9 1:26 ויאמר אלהים נעשה אדם בצלמנו כדמותנו E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”
10 1:29 ויאמר אלהים הנה נתתי לכם את כל עשב זרע זרע אשר על פני כל הארץ E Dio disse: “Ecco, vi do ogni erba che produce seme su tutta la faccia della terra”

5. Dal Ein Sof alla realtà: il Seder ha-Hishtalshelut

La mistica ebraica concepisce la creazione come un processo dinamico e continuo che va ben oltre un singolo atto divino istantaneo. Si tratta piuttosto di un movimento costante dall’infinito al finito, una complessa interazione tra la volontà divina trascendente e la manifestazione della realtà attraverso il linguaggio e l’emanazione progressiva. Mosè Cordovero affronta questa problematica nella terza porta del Pardes Rimmonim, dove esamina la relazione tra l’Ein Sof (l’Infinito) e il Keter (la Corona, la più alta delle Sefirot).

Cordovero risolve definitivamente la questione stabilendo che l’Ein Sof non è identico al Keter, ma si colloca al di là di qualsiasi Sefirah, mentre il Keter rappresenta soltanto la prima manifestazione dell’Infinito. Questa distinzione introduce il concetto fondamentale di Seder haHishtalshelut (“l’ordine della concatenazione”), secondo cui la creazione non avviene attraverso un salto immediato dall’infinito al finito, ma mediante una catena graduale di emanazioni dove ogni livello è collegato a quello superiore e inferiore senza soluzione di continuità.

6. La densificazione della luce divina

La densificazione della luce divina procede attraverso stadi successivi: dal livello di Hokhmah (Sapienza), dove le lettere esistono come potenzialità indistinte, fino a Binah (Comprensione), dove si articolano in forme definite. È il passaggio dal “pensiero nascosto” alla “parola pronunciata” (Dibbur), un’evoluzione che va dalla voce primordiale, potente e non articolata, fino al linguaggio strutturato e comprensibile. La lingua scritta, con le sue consonanti stabili, appare più “materiale” rispetto alla vitalità del linguaggio parlato, dove le vocali rappresentano lo “spirito” che anima le consonanti, riflettendo così il progressivo addensarsi della luce spirituale in forme sempre più concrete.

7. Conclusioni: Una Grammatica dell’Infinito

L’analisi della relazione tra i ma’amarot e le Sefirot rivela una concezione della creazione come processo linguistico divino di straordinaria sofisticazione teoretica. In questa visione, le parole non sono semplici emissioni sonore, ma forze creative autentiche, le lettere costituiscono gli elementi primordiali della realtà e il linguaggio funziona come ponte dinamico tra l’infinito divino e il mondo finito. La creazione si manifesta come atto continuo di “parlare divino” che sostiene e rinnova costantemente l’esistenza del cosmo.

Questa “grammatica dell’infinito” dimostra come la tradizione ebraica abbia sviluppato una teologia del linguaggio profondamente articolata, in cui ogni lettera, ogni parola, ogni enunciazione divina partecipa attivamente alla costruzione e al mantenimento della struttura cosmica.

Il Sefer Yetzirah, i commentari di Cordovero, gli insegnamenti del Maharal e la vasta letteratura cabalistica offrono un universo interpretativo che continua a stimolare la riflessione contemporanea sulla natura del linguaggio, della realtà e del rapporto tra dimensione finita e infinita.

La mistica ebraica ci ricorda che ogni parola possiede un potenziale creativo intrinseco, suggerendo che anche nel nostro uso quotidiano del linguaggio continuiamo a partecipare, seppure in scala ridotta, al processo cosmico di creazione e trasformazione della realtà attraverso la parola.